Pressione, quando è davvero alta?

Fino a qualche tempo fa si parlava di pressione alta quando i valori erano uguali o superiori a 140 millimetri di mercurio per la «massima» e i 90 per la «minima». Oggi c'è una certa dose di disaccordo su che cosa si intenda per ipertensione, secondo le ultime linee guida sull’argomento stilate dagli esperti statunitensi e dai loro colleghi europei.


L’American College of Cardiology e l’American Heart Association infatti hanno messo nero su bianco che oltre il limite di 130/80 bisogna intervenire, perché la pressione è già da considerare troppo alta. L’European Society of Cardiology e l’European Society of Hypertension, invece, ribattono che la vecchia indicazione di tenersi sotto i 140/90 come obiettivo funziona ancora e sottolineano che non serve puntare troppo in basso, perché in alcuni casi scendere al di sotto di 120/70 potrebbe essere controproducente.

Il valore-soglia

Ma allora quando si deve parlare di ipertensione? L’idea che si debba puntare più decisamente sotto il classico limite dei 140/90 è nata negli ultimi anni, quando è emerso che molti eventi cardiovascolari si possono registrare anche negli ipertesi in trattamento che hanno raggiunto valori attorno o appena inferiori a 140/90 e a seguito di studi che hanno mostrato come scendere al di sotto di 130 di massima conferisca un ulteriore, piccolo beneficio in termini di rischio cardiovascolare. Così gli americani hanno cambiato il valore-soglia dell’ipertensione e il target da raggiungere con le cure, senza però considerare che, quando si opta per terapie più aggressive, possono aumentare anche gli effetti collaterali. Per questo motivo gli europei hanno mantenuto la soglia di 140/90 e un obiettivo terapeutico sotto i 140/90, possibilmente vicino a 130/80, consigliando di scendere più giù solo se il trattamento è ben tollerato e valutando sempre caso per caso se e quando sia opportuno essere un po’ più aggressivi. È stato fissato anche un limite inferiore: non si deve scendere al di sotto di 120/70 con una terapia, perché i rischi potrebbero superare i possibili vantaggi.

L’età

L’intervento deve tener conto dell’età e del profilo di rischio globale, come la presenza di altre patologie. Negli anziani fragili, ad esempio, è meglio essere «morbidi» perché potrebbero avere crolli di pressione troppo repentini col rischio di cadute e fratture; in chi ha una malattia renale cronica si può stare fra 130-140 e 70-79; nei diabetici, in chi ha avuto un ictus o un infarto e nei pazienti con coronaropatie è giusto puntare a 130/80 e anche più sotto, se ci si riesce senza andare incontro a effetti collaterali.

La tempestività

Più che focalizzarsi ad abbassare la pressione quanto più possibile in un iperteso, sarebbe meglio cercare di correggerla appena si individua un aumento dei valori: il messaggio non deve essere “più bassa è, meglio è”, ma “prima è, meglio è”. Iniziare una terapia tardi, quando la pressione ha già provocato danni irreversibili e il pericolo di eventi cardiovascolari è molto alto, significa certamente ottenere un beneficio, ma resta un rischio residuo di complicanze non indifferente perché l’ipertensione ha già avuto modo di creare danni agli organi. Curare la pressione alta quando i valori sono solo di poco superiori alla norma significa avere un successo maggiore con la terapia, che funziona meglio se le arterie non sono già troppo irrigidite, e soprattutto consente di fare vera prevenzione, perché non ci sono ancora alterazioni strutturali dell’apparato cardiovascolare.

Lo stile di vita

Se si interviene con tempestività è anche più probabile evitare resistenze alla terapia e risolvere tutto migliorando lo stile di vita. Cambiare le abitudini è indispensabile se si ha la pressione alta e in alcuni casi può bastare, se il problema viene affrontato per tempo. La pressione può scendere anche in misura significativa se si perde il peso in eccesso, si riduce l’alcol, si passa a una dieta ricca di vegetali, cereali integrali e a basso contenuto di grassi. Infine, è necessario l’esercizio fisico: ogni volta che si fa attività aerobica la pressione cala visibilmente, se la si pratica con regolarità i benefici sono evidenti.

I farmaci

Se migliorare lo stile di vita non basta, bisogna passare ai farmaci e qui le linee guida americane ed europee concordano. Se la pressione è solo lievemente elevata all’inizio può andare bene un singolo medicinale, altrimenti l’associazione di farmaci con meccanismi d’azione diversi ha una maggior probabilità di funzionare e può diminuire i possibili effetti collaterali, aumentando l'aderenza al trattamento.

La diagnosi tempestiva

Per intervenire contro l’ipertensione è essenziale diagnosticarla: pian piano la consapevolezza degli italiani sta aumentando, ma sono ancora troppi gli ipertesi che non sanno di esserlo. L’ipertensione è uno dei fattori di rischio cardiovascolare più importanti, aumenta infatti il rischio di infarto, scompenso cardiaco, ictus e fibrillazione atriale. Però non dà sintomi, a parte rarissimi casi, così spesso si scopre di essere ipertesi in occasione di un ricovero per eventi cardiaci traumatici, come un infarto o un ictus. Per poter correre prima ai ripari è indispensabile misurare la pressione regolarmente, almeno una volta l’anno durante l’età adulta e ovviamente anche più spesso in caso di fattori di rischio come diabete, sovrappeso e sindrome metabolica.

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