Papilloma Virus: la prevenzione prima e dopo i trent'anni

Serve più attenzione - Le infezioni sessuali spesso sono poco sintomatiche, motivo per cui si fa fatica a riconoscerle; queste infezioni sono perfettamente curabili, in buona parte con una terapia antibiotica da somministrare a entrambi i partner: motivo che spinge i più giovani a osare. Ciò che non si sa, o si trascura, è che se sottovalutate, le malattie a trasmissione sessuale possono determinare sterilità, tumori, problemi in gravidanza e parto prematuro. «Strano paradosso quello dei giovanissimi: il sesso non è più tabù, ne parlano e lo praticano precocemente ma scarseggia l'informazione corretta sulla sicurezza e la salute sessuale. 

Di eventuali problemi non parlano né col medico né con i genitori, al limite scambiano informazioni tra loro, il più delle volte sbagliate», spiega Barbara Suligoi, direttore del Centro Operativo Aids dell'Istituto Superiore di Sanità che negli ultimi anni ha monitorato  un aumento esponenziale di malattie sessualmente trasmissibili ritenute scomparse: come sifilide, clamidia e gonorrea. «Dal 1991 al 2011 il sistema di sorveglianza basato su centri sentinella italiani ha segnalato  più di ottantacinque mila nuovi casi, circa il 20% riguardanti i giovani tra 15 e 24 anni». 

L'introduzione nel 2008 del vaccino per le dodicenni ha sollecitato una maggiore attenzione nei confronti delle malattie correlate a questa infezione. «Oggi la copertura raggiunge il 60%, ma l’obbiettivo è arrivare oltre il 95% quando toccherà vaccinarsi alla ragazze nate nel 2003», afferma Gian Vincenzo Zuccotti, direttore della clinica pediatrica all’ospedale Sacco di Milano. Se si raggiungesse questo livello, si potrebbe escludere la vaccinazione maschile, rivalutata negli ultimi anni. 

L’infezione da Hpv non è soltanto un problema della donna, ma della coppia - I vaccini attualmente in uso hanno mostrato dati di sicurezza ed efficacia  fino a 45 anni nelle donne e a 26 anni nei maschi, valori paragonabili a quelli di tutti gli altri vaccini. Ma della possibilità di proteggere dall’infezione anche gli uomini, come già si fa negli Stati Uniti, in Canada e in Australia, se ne parla da un po’. «In Italia si registrano 1.717 casi di tumori orofaringei, 273 anali e 129 tumori del pene: chiara evidenza di come il virus sia trasmissibile anche per via orale e riguardi pure i maschi», sostiene Aldo Venuti, responsabile del centro studi sull’Hpv dell’istituto Regina Elena di Roma. «Ma anche i condilomi genitali, pur non essendo tumori, sono dovuti al medesimo virus e hanno un impatto importante sulla qualità di vita. Da dieci anni in Italia si riscontra un aumento di questa patologia rispetto ad altre di origine virale. I maschi ne sono più colpiti delle femmine: rispettivamente 41.930 casi di sesso maschile contro 37.629 casi femminili».

Oggi in Italia  il vaccino quadrivalente può già essere somministrato nei maschi. Le autorità pubbliche devono decidere se estendere la vaccinazione solo ad alcune categorie di sesso maschile particolarmente a rischio, tra cui gli omosessuali, oppure a tutti gli adolescenti maschi. In questa logica i costi-benefici di una estensione della vaccinazione ai maschi deve tenere conto non solo degli effetti indiretti sulla patologia femminile, ma anche dei vantaggi diretti dei potenziali risparmi di spesa che derivano dalla diminuzione dei tumori ano-genitali maschili correlati all’Hpv.

Lo avevano già messo nero su bianco i ginecologi italiani un paio di anni fa: per le donne con più di 30 anni è il test per l’Hpv lo strumento di screening numero uno. Ora gli esiti definitivi di un ampio studio che ha coinvolto quarantacinque mila donne confermano il dato e incoraggiano sulla strada verso nuovi modelli di prevenzione per i tumori del collo dell’utero, il secondo cancro femminile nel mondo, che in Italia colpisce 3500 donne l’anno.

I programmi di screening per i tumori della cervice uterina, ovvero i piani di controlli su donne apparentemente sane e senza sintomi specifici, dovrebbero partire dall’HPV-DNA test, un esame che rileva la presenza del Dna del papillomavirus umano, responsabile nelle sue diverse forme di oltre il 90% delle lesioni precancerose precancerose e della totalità dei cancri invasivi del collo dell’utero. E’ quanto concludono i ricercatori della Vrjie Universiteit di Amsterdam che hanno esaminato circa 45mila donne olandesi fra i 29 e i 56 anni. Come anticipato nell’edizione online di Lancet Oncology, l’esecuzione dell’HPV-DNA test ogni 5 anni ha permesso di intercettare più lesioni a rischio rispetto al solo Pap test, e quindi di ridurre il numero di lesioni di grado più avanzato e tumori veri e propri.

Per le donne negative al test Hpv il rischio è così basso tale da aspettare 5 anni prima di sottoporsi a un nuovo controllo. Almeno in un contesto come quello olandese, specificano i commentatori, tutto è da vedere in altre popolazioni con altri fattori di rischio.

I dati sono ormai più che evidenti, prosegue Luciano Mariani: «L’HPV-DNA test rileva circa il 30% di ciò che al Pap-test sfugge. E’ però poco utile, o addirittura dannoso, prima dei 30 anni, quando l’infezione da papillomavirus, trasmessa per via sessuale, è estremamente frequente e nella maggior parte dei casi regredisce da sola». In questa fascia d’età, meglio partire dal “vecchio” Pap-test e riservare il test virale ai casi a rischio.

Decisiva la copertura del vaccino anti-HPV - Molto poi potrebbe cambiare negli anni a venire in base alla copertura del vaccino contro l’Hpv, oggi offerto (con variabili regionali) alle ragazzine a partire dai 12 anni. «Per ora siamo intorno al 60% della popolazione target, molto meno rispetto, ad esempio, alla Gran Bretagna dove si supera il 90% - osserva Mariani -. Perché l’intero programma di vaccinazione sia efficace, l’adesione dovrebbe essere almeno all’80-85%». Il principio di base è che la combinazione fra vaccino diffuso e test più sensibili potrebbe ridurre la frequenza ottimale degli esami e il ricorso a indagini più invasive, come la colposcopia.

Fare prevenzione - Se l’offerta di screening organizzato continua a prevedere un Pap test gratuito ogni 3 anni a partire dai 25 anni (un sistema che ha mostrato la sua efficacia abbattendo la mortalità per tumore cervicale), già oggi diverse Asl e ospedali italiani stanno portando avanti progetti pilota con la combinazione o l’alternanza dei due test. La tabella di marcia ottimale, secondo la Guida redatta dall’Italian Hpv Study Group, è la seguente:

-tra 21 e 25 anni si procederà solo su base individuale con il pap-test, personalizzando in base alla storia clinica di ciascuna donna; 
-tra i 25 e 29 anni eseguire il pap-test ogni 3 anni praticando il test virale solo nei casi positivi;
-dopo i 30 anni invertire i due test, anteponendo l’HPV-DNA test e praticando il pap-test solo nei casi positivi.

Rimane, invece, ancora da disegnare in modo ottimale tra le figure professionali coinvolte nei programmi di screening, il percorso idoneo per le donne vaccinate.  

Fonte
Fondazione Umberto Veronesi

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