Anche l'occhio vuole la sua parte: come prendersene cura

Ambliopia, un nome che difficilmente suona familiare ma rappresenta la più diffusa forma di deficit visivo nei bambini. In effetti è più nota come sindrome dell'occhio pigro, una definizione didascalica se pensiamo alle sue conseguenze: nei piccoli pazienti infatti uno dei due occhi è meno attivo dell’altro e se non viene aiutato a recuperare l'acutezza visiva rischia di sviluppare un danno permanente. La cura più diffusa è il bendaggio, l’occlusione dell’occhio sano che costringe quello pigro a lavorare di più. Sono molte però le novità in fase di studio per la terapia dell’ambliopia. Qualche esempio? Uno studio dell’Mit, appena pubblicato sui Proceedings of the National Academy of Sciences, propone la possibilità di risolvere il problema "riavviando" il sistema visivo, proprio come si farebbe con un computer inceppato.
 
La patologia - Per iniziare, però, è meglio ricordare di cosa stiamo parlando. L’ambliopia è un problema legato allo sviluppo del sistema visivo, che colpisce circa il 2-5 percento della popolazione nei paesi sviluppati. Può avere cause anatomiche, come come una cataratta congenita o la ptosi palpebrale (una palpebra che copre l’occhio in modo anomalo), essere legata a uno strabismo, o alla presenza di una grande differenza refrattiva tra i due occhi, ossia un’anisometropia, come nel caso di un occhio senza difetti visivi e l’altro molto miope, ipermetrope o astigmatico.
 
Intervenire nei bimbi piccoli -  Cause diverse, con un medesimo risultato: un difetto della vista che superati gli 8-10 anni diventa permanente. "La visione del bambino non è innata ma matura nel corso della crescita - spiega Amedeo Canale, oculista della Fondazione G. B. Bietti per lo Studio e la Ricerca in Oftalmologia di  Roma -. Durante lo sviluppo però i due occhi competono per le medesime aree cerebrali, e in caso di ambliopia non trattata l’area cerebrale deputata all’elaborazione delle informazioni visive dell’occhio buono colonizza quella dell’occhio pigro, rendendo quasi sempre impossibile il recupero della visione normale". La terapia più comune consiste nel bendaggio dell’occhio sano, per stimolare quello pigro a lavorare per riappropriarsi del “territorio” di competenza nelle aree cerebrali perdute.

Il bendaggio è la terapia più efficace, ma non per questo esente da difetti, con un’adesione e risultati molto variabili. È questo che ha spinto i ricercatori dell’Mit a indagare possibili soluzioni alternative. Come spiegano, l’approccio che hanno scelto di sperimentare è simile a quello che si fa normalmente con un computer o uno smartphone che fa i capricci: lo si spegne, sperando che alla riaccensione torni a funzionare correttamente. Lavorando su cuccioli di topo con un difetto paragonabile all’ambliopia umana, i ricercatori hanno infatti disattivato temporaneamente la retina di entrambi gli occhi utilizzando un anestetico, dimostrando che una volta svanito l’effetto del farmaco gli animali recuperano la normale visione anche nell’occhio pigro. E monitorando gli animali fino all’età adulta, i ricercatori hanno potuto constatare che la correzione del difetto visivo risultava permanente.
 
Per pensare alla sperimentazione umana, ovviamente, c’è ancora molto lavoro da fare. Innanzitutto, verificare se questo trattamento, più invasivo, risulti efficace anche in età più avanzata rispetto al bendaggio. Bisognerà poi diminuire il periodo di cecità indotto dall’anestetico (nell’esperimento sono stati due giorni), fino a un lasso di tempo inferiore alle sei ore (compatibile con gli anestetici a uso umano disponibili). Se così fosse, comunque, all’Mit sono pronti a a portare la loro ricerca al livello successivo.
 
Un videogioco contro l'occhio pigro - All’orizzonte comunque ci sono anche novità meno invasive, e già in fase avanzata di sperimentazione. In questo caso si tratta di videogiochi, pensati specificamente per allenare l’occhio pigro e aiutarlo a competere ad armi pari con quello sano. Il gioco in questione si chiama Dig Rush, e attualmente è in attesa di un’approvazione da parte dell’Fda americana, per essere proposto come autentica opzione terapeutica per il trattamento dell’ambliopia. I risultati degli studi effettuati comunque sono estremamente promettenti.
 
Tra le conferme più recenti infatti vi è uno studio pubblicato a inizio novembre sulla rivista Jama Ophthalmology, che ha esaminato gli effetti del videogame terapeutico su 14 bambini, dimostrando che avrebbe un’efficacia paragonabile al bendaggio ma in circa metà del tempo. La ricerca però ha valutato due sole settimane di utilizzo, e bisognerà quindi aspettare risultati a lungo termine per sapere se il gioco si rivelerà una reale alternativa alla terapia standard con bendaggio.
 
La maggior parte degli studi oggi indagano le alterazioni legate all’ambliopia a livello cerebrale. Ma, spiega Canale, forse anche l’occhio vuole la sua parte. "Nella mia pratica – chiarisce Canale – ho riscontrato spesso all’esame del fondo oculare dei piccoli pazienti ambliopi, un aspetto della macula differente tra i due occhi". Un’intuizione, che potrebbe essere presto approfondita con un protocollo di ricerca per studiare l’anatomia della macula sfruttando l’ottica adattiva, una tecnologia mutuata dall’astronomia che permette di studiare i tessuti della macula praticamente a livello delle singole cellule retiniche. La speranza è che la ricerca aiuti ad approfondire le cause e la natura di una patologia ancora misteriosa.

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