Quando va fatto il «tagliando» al cuore?

E voi, l’avete fatto il «tagliando» al cuore? Se avete almeno 45 anni dovreste averci pensato. Ma se non vi è neppure passato per la testa, siete in cospicua compagnia: pochissimi si sottopongono a un vero check-up dal cardiologo quando entrano negli «anta». 

Eppure i test da fare non sono molti e per lo più non sono neanche troppo costosi. Anzi, il primo passo neppure prevede esami: bisogna iniziare infatti con un bel dialogo con il medico di famiglia, in cui verificare i fattori di rischio cardiovascolare classici, come la presenza in famiglia di casi di malattie a cuore e vasi, eventuali altre patologie come il diabete di tipo 2, il livello di attività fisica, l’abitudine al fumo, il consumo di alcol e una valutazione delle abitudini alimentari. Già così è possibile farsi un’idea del livello di pericolo per il cuore. Poi, certo, è bene fare analisi del sangue per valutare glicemia, trigliceridi, valori di colesterolo totale e di colesterolo «buono» (Hdl) e «cattivo» (Ldl).

Ripetere i test ogni due anni

Sarebbe bene sottoporsi al test almeno una volta già intorno ai trent’anni, se non prima, perché esistono anche forme di ipercolesterolemia familiare che altrimenti potrebbero sfuggire visto che non danno sintomi. In ogni caso occorre valutare i parametri ematici almeno intorno ai 45 anni, ripetendo i test ogni due anni se tutto è nella norma. Intorno ai cinquant’anni sarebbe opportuna qualche indagine in più a partire dall’elettrocardiogramma, per valutare l’attività cardiaca, associato a un’ecografia delle carotidi: si tratta di un test per nulla invasivo che tuttavia può dirci molto dello stato delle arterie, dando indicazioni sull’eventuale presenza di placche aterosclerotiche. Sono queste, infatti, che aumentano la probabilità di infarto e oggi sappiamo che esistono anche persone con pochi fattori di rischio cardiovascolare classici, dalla scarsa attività fisica alla familiarità, con, però, un’aterosclerosi consistente: si tratta di soggetti ad alto rischio, che non individuiamo se ci fermiamo alle analisi standard. Anche la sola prova da sforzo (ovvero l’elettrocardiogramma eseguito mentre si pedala su una cyclette o si cammina/corre su un tapis roulant) potrebbe non bastare, perché placche molto piccole non danno effetti evidenti nel test ma col tempo possono provocare guai.

Il calcio nelle coronarie

Cercare l’aterosclerosi nascosta, secondo il cardiologo, è il passo in più che oggi sarebbe opportuno fare perché è ormai chiaro che si tratta del fattore di rischio di maggiore impatto: per riuscirci, oltre all’ecografia delle carotidi, è utile il Calcium score index, in pratica una Tac coronarica per dosare il calcio presente nelle arterie attorno al cuore. Il calcio nelle coronarie è un indice direttamente correlato al grado di aterosclerosi, se troviamo le arterie “pulite” la probabilità di un infarto nei successivi dieci anni è bassissima. Se invece il calcio è accumulato in abbondanza, significa che i vasi sono ad alto rischio ed è necessaria una prevenzione più incisiva: così, anche se la persona non ha ancora avuto un infarto, può essere consigliabile agire quasi come se ci fosse stato. A partire dal cambiamento dello stile di vita fino a eventuali farmaci, in questi casi è meglio non aspettare; solo il cardiologo tuttavia può giudicare, sulla base dei risultati di tutti gli altri test meno invasivi del “tagliando cardiaco”, se ci sia la necessità di una Tac coronarica o meno, visto che si tratta pur sempre di un esame più costoso di elettrocardiogramma, prove da sforzo ed ecografie alle carotidi e considerando soprattutto che espone a raggi, per quanto a bassa dose.

I segnali di un infarto

C’è da dire, poi, che la vera prevenzione consiste anche nel saper riconoscere i segnali di un infarto. In genere c’è qualche avvisaglia nei giorni precedenti, per esempio dolori che vengono scambiati per problemi reumatici o gastrici: tanti non vogliono proprio pensare che possa trattarsi del cuore, ma se si rivolgessero al medico potremmo individuare molti casi nella fase in cui l’arteria incriminata non è ancora del tutto bloccata, ma sta per esserlo. Quando un dolore toracico dura una ventina di minuti ed è bruciante, come se avessimo una morsa o un peso sul petto, anche se poi passa è necessario farsi visitare quanto prima perché è un grosso campanello d’allarme.

Personalizzare le terapie

Quando c’è una grossa infiammazione dei vasi, riconoscibile perché la quantità di proteina C reattiva (Pcr) in circolo è alta, anche livelli non troppo elevati di colesterolo Ldl possono aumentare molto il rischio cardiaco. È stato osservato che in questi casi concentrarsi nel ridurre l'infiammazione, prescindendo dagli altri elementi di pericolo, aiuta ad abbassare l’eventualità di un «evento» cardiaco. Il futuro è nella medicina personalizzata, fin dalla prevenzione. Ancora non si è in grado di sapere esattamente come intervenire in ciascuno, ma la direzione è quella.

I rischi di droghe e bevande stimolanti

Per prevenire le malattie cardiovascolari, il primo pilastro è un sano stile di vita. Che prevede anche l’astenersi da droghe di qualunque genere: una raccomandazione niente affatto immotivata, a giudicare dalla diffusione sempre più ampia di droghe, dalla cocaina alle nuove sostanze psicoattive: tutte iperstimolano il cuore e alla lunga provocano sconquassi cardiovascolari che solo ora si iniziano a vedere. Anche le bevande energizzanti sono pericolose per il cuore. Un consumo eccessivo è rischioso, perché in una lattina si trovano dosi di caffeina da 2 a 4 volte più alte di quella in una tazzina di espresso: il mix di sostanze in queste bibite è molto stimolante, una ogni tanto non è un problema ma, bevendone in gran quantità, il cuore può andare incontro ad aritmie e alterazioni. Purtroppo gli adolescenti esagerano spesso, magari associandole all’alcol in un cocktail esplosivo per il cuore: così dopo qualche anno il conto da pagare può essere molto salato.

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Fonte: corriere.it

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