Verso la sconfitta dell'Epatite C

L’Italia potrebbe essere uno dei primi Paesi a sconfiggere l’epatite C, a patto di scovare coloro che non sanno di aver contratto l’infezione e mantenere alto il numero dei trattamenti. 



Le nuove terapie antivirali, di fatto risolutive, hanno rivoluzionato il panorama mondiale di questa malattia causata dal virus HCV e trasmessa nella maggior parte dei casi dal contatto con sangue infetto. Il cammino delle terapie anti-virus C in Italia è cominciato nel 2015, quando l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) ha autorizzato il primo farmaco, mettendolo a disposizione, gratuitamente, a una prima tranche di 50mila pazienti. In seguito sono state autorizzate altre combinazioni di molecole e allungata la lista dei pazienti che ne avevano diritto.

L’Italia, un modello

Entro il 2022 l’Italia raggiungerà la diminuzione del 65% delle morti correlate all’infezione, in anticipo di 8 anni sugli obiettivi dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) per l’eradicazione dell’epatite C, ovvero ridurre dell’80% il tasso di infezione e del 65% quello della mortalità entro il 2030. Lo afferma uno studio coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità (Iss) pubblicato dalla rivista Liver International, secondo cui però servono screening mirati per riuscire ad eliminare completamente il virus.

Trattare tutti i pazienti

I ricercatori dell’Iss, dell’Associazione italiana studi sul fegato (Aisf) e della Società italiana di malattie infettive (Simit), in collaborazione con Aifa e Center for Disease Analysis (Stati Uniti), hanno disegnato differenti scenari per valutare le strategie più efficaci per raggiungere l’obiettivo dell’eliminazione dell’HCV. Gli studiosi hanno concluso che, per eradicare totalmente il virus, è fondamentale mantenere alto il numero delle persone in terapia con uno screening mirato su particolari gruppi della popolazione generale, scovando così il “sommerso”. Trattare tutti i pazienti con infezione cronica da HCV (indipendentemente dal danno epatico) produrrà importanti guadagni, in termini di salute delle persone con questa infezione, ma anche in termini di riduzione dei costi diretti e indiretti attesi da parte del Servizio Sanitario Nazionale. Questo studio è di supporto nel realizzare l’ulteriore obiettivo che si è posto l’Aifa, quello di mantenere un più alto numero di trattamenti annuali anti-HCV, tra l’altro richiesto dal Piano Nazionale Epatiti.

Screening mirato

Attualmente, i pazienti diagnosticati con HCV rappresentano solo la parte visibile dell’iceberg dei pazienti infetti. Un numero non ben definito di persone che ha contratto l’infezione non sviluppa sintomi evidenti e dunque è difficile che venga identificata e trattata. Ecco perché i ricercatori ritengono necessario uno screening mirato su particolari gruppi della popolazione con maggiore probabilità di avere un’alta prevalenza. Gruppi che vanno ad aggiungersi alle categorie ad alto rischio come i tossicodipendenti e i carcerati, che rimangono comunque “popolazioni target” di screening e di trattamento nei centri di cura.

Fonte: corriere.it

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