Fibrillazione atriale: quali pericoli comporta

La fibrillazione atriale è la forma più comune di aritmia. I più colpiti sono gli anziani: dopo i 75 anni ne soffrono circa 8-10 persone su 100.

La fibrillazione atriale in quanto tale non è pericolosa per la vita, ma quelle che possono essere gravi, se non addirittura fatali, sono le sue complicanze, a partire dall'ictus cerebrale. Il 15-20% degli ictus ischemici è infatti imputabile a questa aritmia.

Sentire il ritmo

La fibrillazione atriale è un’aritmia, un disordine nel ritmo del cuore, che provoca mancanza di respiro, stanchezza profonda, senso di vertigine, sensazione di un frullo nel petto, ma altrettanto spesso dà sintomi sfumati o che non vengono affatto percepiti. Nei casi più gravi, questa aritmia può scatenare l’ictus cerebrale: un evento devastante che può distruggere la qualità della vita di chi ne soffre e della sua famiglia.

Un gesto semplice

Sono 2 milioni gli italiani e 10 milioni gli europei che soffrono di fibrillazione atriale. Anche un gesto semplice, come poggiare due dita sul polso per controllare il battito, può aiutare a riconoscere una fibrillazione subdola, che non dà segni di sé, che non viene sospettata perché troppo pochi sanno che cosa sia e come riconoscerla per tempo.

Il lavoro del cuore

In condizioni normali, ogni volta che il cuore batte, un impulso elettrico parte dal nodo senoatriale, attraversa gli atri, provocandone la contrazione e il conseguente pompaggio di sangue nei ventricoli. L’impulso elettrico raggiunge il nodo atrioventricolare dove rallenta leggermente, dando il tempo ai ventricoli di finire di riempirsi di sangue. L’impulso elettrico lascia il nodo atrioventricolare e raggiunge le fibre nervose dei ventricoli, facendoli contrarre e pompare il sangue nei polmoni e nel resto dell’organismo. Poi i ventricoli si rilassano e il processo ricomincia.

La fibrillazione atriale

Durante la fibrillazione atriale, i ventricoli possono raggiunge i 100-175 battiti al minuto, contro la normale frequenza che si attesta tra i 60 e 100 battiti al minuto. Gli impulsi che danno origine al battito vengono generati in maniera anomala e si diffondono negli atri in modo veloce e caotico (400-600 impulsi al minuto). Gli atri iniziano a contrarsi velocemente e in modo irregolare. Il nodo atrioventricolare riceve molti più impulsi di quanti sia in grado di condurre e fa da filtro, limitando gli stimoli elettrici che giungono ai ventricoli. Questa variabilità della conduzione degli impulsi fa sì che il sangue non venga pompato completamente nei ventricoli, favorendo ristagni negli atri, che possono dar luogo a coaguli. Se un coagulo si sposta con il sangue circolante e raggiunge il cervello può causare un ictus.
Si distinguono tre forme di fibrillazione atriale:
- parossistica, l’episodio di fibrillazione dura da pochi minuti a ore e si risolve in modo spontaneo;
- persistente, la fibrillazione dura più di una settimana e non regredisce spontaneamente;
- permanente, la fibrillazione atriale dura per un tempo indefinito, mesi o anni.

I sintomi della fibrillazione atriale

La fibrillazione atriale colpisce con maggior frequenza i pazienti che soffrono di: ipertensione, coronaropatia, scompenso cardiaco, ipertiroidismo, obesità, diabete.
I sintomi possono essere:
- palpitazioni/battito cardiaco irregolare
- mancanza di fiato
- minore concentrazione
- confusione
- incapacità di svolgere attività consuete fino a poco tempo prima (riduzione della tolleranza allo sforzo).

La diagnosi

Si basa su una visita cardiologica e l’elettrocardiogramma che però talvolta può essere anche negativo perché la fibrillazione non si è verificata durante l’esame. In questi casi, se il sospetto è forte, il medico può richiedere l’esecuzione dell’Holter cardiaco, che in genere dura 24 ore. Nei casi più difficili da rilevare si può prendere in considerazione il «loop recorder», un dispositivo che viene impiantato sottocute e registra l’attività elettrica del cuore per lunghi periodi.

Le cure

In prima battuta in genere si ricorre a farmaci anticoagulanti per impedire la formazione di trombi negli atri e ridurre il rischio di ictus. Se il paziente ha poche crisi all’anno, può essere sufficiente l’assunzione di farmaci antiaritmici al bisogno (solo al momento dell’episodio di fibrillazione). Se le crisi sono frequenti è necessaria una terapia antiaritmica continuativa per prevenire o ridurre il numero delle crisi. Se questo approccio non è sufficiente va considerato l’intervento di ablazione transcatetere. Questa procedura porta, in una percentuale variabile tra il 70 e l’85%, a una completa eliminazione dell’aritmia. In una bassa percentuale di casi vi possono essere delle recidive che richiedono la prosecuzione di una terapia antiaritmica specifica o l’esecuzione di nuova procedura ablativa. L’ablazione transcatetere si pratica introducendo un catetere per via percutanea attraverso la vena femorale. Una volta individuata l’area responsabile della fibrillazione, viene fatta passare una corrente elettrica che, riscaldando la punta metallica del catetere, provoca la distruzione del tessuto patogeno.

Fonte: corriere.it

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Una visita cardiologica e un elettrocardiogramma possono rilevare un’eventuale fibrillazione atriale o un altro tipo di aritmia cardiaca. Nella nostra sede centrale di Viale Michelangelo 13 è possibile prenotare la tua visita cardiologica e tutti i test necessari per monitorare la salute del cuore.

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